La ‘ndrezzata “Danza Ischitana”


La ‘ndrezzata (che nel dialetto ischitano vuol dire intrecciata) è un canto rituale, recitato nel corso di una danza con spade e bastoni (detti mazzarielli) il giorno di pasquetta, in occasione della festa patronale di San Giovanni della IB S.A. presso Buonopane, oppure in altre occasioni speciali; Buonopane è una frazione del comune di Barano d’Ischia, sull’isola d’Ischia. Numerosi elementi presenti nel testo portano a configurare la ‘ndrezzata come un poemetto epico popolare nato nel Medioevo che racchiude al suo interno unpeana, un’elegia di tipo guerresco (lo sferrare colpi con spade e “mazzarielli”) ed amoroso (la vicenda dei tre fratelli valenti marinari). Ma le origini del canto appaiono ben più remote, strettamente connesse al retaggio mitico della cultura greca che si era andata diffondendo a Ischia grazie ai primi coloni dell’Eubea che avevano fondato Pithecusa. Il rito della ‘ndrezzata si articola in tre tempi: sfilatapredica e danza. Ciascuno dei 18 danzatori tramanda ai propri discendenti i segreti della danza e il privilegio di parteciparvi. Durante la sfilata metà dei danzatori entra in scena con un giubbetto di colore rosso, che rappresenta gli uomini, mentre l’altra metà indossa un corpetto verde che simboleggia le donne. Alla testa del gruppo sfila il caporale, al suono di due clarini e due tammorre, un tempo flauti e fischietti. Al termine della sfilata i gruppi di danzatori formano due cerchi concentrici, impugnando, proprio come i fauni della leggenda, un mazzariello nella mano destra e una spada di legno in quella sinistra. Agli ordini del caporale e al ritmo dei suonatori parte la danza, che ricalca le mosse di base della scherma: saluto, stoccate,parate e schivate. All’interno della danza due sono le figure fondamentali: la formazione della rosa con l’intreccio delle mazzarielle a mani alzate e l’elevazione[3] su di essa del caporale, che in antico dialetto ischitano recita la parte narrata (predica): le strofe sono dedicate all’amore, alla paura dei saraceni, alle fughe sul Monte Epomeo, alla difficoltà del lavoro nei campi e alla A vattut’ e ll’astreche, cioè alla costruzione del tetto bombato in pomice e calce delle abitazioni di Ischia